Archivio per anno: 2017
Pensare al testo, alle sfumature, alle emozioni e alla consecutio temporum è corretto e fondamentale, ma per rendere una descrizione o un articolo più interessante e accattivante per il lettore le belle foto sono necessarie.
Tra gli innumerevoli vantaggi che la comunicazione visiva ha sempre portato, oggi sono la semplificazione e l’immediatezza delle immagini a rendere chiari i concetti. Essere concisi, focalizzarsi subito sul tema e generare stupore sono le modalità con cui grafici e art director comunicano.
E’ per questo che non basta rinominare la foto con classiche parole chiave: per far sì che i motori di ricerca cataloghino e mostrino all’utente esattamente l’immagine – e quindi il contenuto che si sta pubblicando, bisogna lavorare di SEO. Si è infatti spinti a cliccare sugli allegati perché incuriositi dalla qualità, dalla coerenza di ricerca, dalla grandezza e dalla bellezza della stessa immagine, ma anche e soprattutto perché quel contenuto è stato indicizzato perfettamente.
Quattro sono gli elementi che completano e caratterizzano le immagini di un allegato:
- titolo
- didascalia
- testo alternativo (o alt tag)
- descrizione
Questa è la classica finestra di “dettagli allegato” che WordPress presenta prima di apportare le modifiche di salvataggio:

Partendo dal presupposto fondamentale – su cui si dovrebbero basare anche tutti i contenuti – per cui ci si deve attenere alla realtà, dichiarando il vero ed evitando di inventare nuovi concetti o collegamenti, come titolo si può inserire lo stesso file name, il nome dell’immagine. E, dal momento che questo è anche il testo che appare automaticamente quando si lascia il cursore del mouse per qualche secondo sulla foto, può anche essere utile utilizzarlo come indicazione per l’utente. Esempio:
clicca per vedere il catalogo dell’azienda
La didascalia è la stringa di testo che compare sotto l’allegato dell’articolo e che solitamente lo descrive brevemente – Es. Elegance in black and white. Questo spazio può essere anche utilizzato per citare il nome dell’autore, il copyright o la fonte dell’immagine.
Il testo alternativo – o alt tag – è il prezioso elemento sui quali i motori di ricerca si soffermano per classificare i contenuti visivi ben ottimizzati. Nato per consentirne la lettura anche ai non vedenti attraverso gli screen reader, grazie all’alt tag, si può descrivere in maniera precisa, chiara e concisa l’immagine scelta per arricchire l’articolo. Evitare testi generici e inflazionati, ma simili alle domande che lo stesso utente pone a Google, sono ottimi spunti per iniziare a comprendere le funzionalità e lo scopo del testo alternativo.
Infine, la descrizione: questo campo può riportare gli stessi contenuti utilizzati nel testo alternativo, ma, avendo a disposizione uno spazio maggiore, è possibile dilungarsi inserendo maggiori dettagli.
Dal 2011 al 2013, il giornale online Il Discorso ha ospitato la rubrica “Sogni di moda“, lo spazio dedicato alle manifestazioni e agli approfondimenti del settore.
Questo, uno dei primi articoli pubblicati:
Molteplici sono stati gli eventi e le manifestazioni organizzati per celebrare l’Unità d’Italia, ma di notevole rilievo e qualità vi è senz’altro la mostra sulla storia della moda italiana, ospitata nella Reggia sabauda di Venaria alle porte di Torino.
Le magnifiche Sale delle Arti del palazzo barocco, di recente portato a nuova vita, sono diventate lo scenario perfetto della mostra intitolata “Moda in Italia: 150 anni di eleganza 1861-2011” curata da Gabriella Pescucci e Franca Sozzani.
Divisa in due grandi sezioni, la mostra racconta, attraverso un itinerario di stile, creatività e formidabile capacità sartoriale, la complessità della vicenda storica, sociale, politica, culturale e di costume del nostro Paese. Gabriella Pescucci, costumista cinematografica premio Oscar per L’età dell’innocenza nel 1994, ha curato la parte relativa alla “Moda nel Regno d’Italia, dal Risorgimento al Fascismo, fino alla nascita della moda italiana”, mostrando per la prima volta una parte della Collezione degli abiti provenienti dalla Fondazione Tirelli-Trappetti di Roma. La seconda sezione, curata dalla direttrice di Vogue Italia, Franca Sozzani, propone invece la moda italiana dalla svolta del pret-à-porter degli anni Ottanta, fino ai giorni nostri, presentando i nomi degli stilisti più importanti d’Italia.
Queste due visioni, continuative e complementari, ma allo stesso tempo differenti, dimostrano come la moda sia uno dei simboli identitari più forti di ogni Paese: attraverso gli abiti, gli accessori, la creatività del vestire, infatti, si leggono pagine intere di storia e di vicende di una Nazione.
Il discorso acquista più significato ed importanza quando si parla dell’Italia, un Paese giovane che nel 1861 era costituito da una miriade di differenze culturali, ma che ha saputo coniugare la tradizione dell’artigianalità con l’industria moderna.
Ogni abito diviene così lo strumento più colto, ma anche quello più diretto e immediato per coinvolgere l’animo e la mente umana. La moda sfonda le barriere della comunicazione, dialoga con qualsiasi tipo di pubblico e coinvolge tutti senza lasciare indifferenti.
Questo magnifico viaggio nello stile italiano rappresenta un’importante opportunità di riflessione sulla nostra storia e, come dichiarano Piero Fassino, Roberto Cota e Antonio Saitta, Presidenti del Comitato Italia 150, “uno sguardo ottimistico sul futuro che può riservare possibilità di sviluppo e benessere proprio attraverso la valorizzazione del Made in Italy e del patrimonio culturale nazionale”.

Immagini tratte dal sito lavenaria.it
Gestito e curato dalla famiglia Rizzotti, l’Albergo Ristorante Al Ponte si trova in una posizione strategica nel cuore di Gradisca d’Isonzo, fortezza quattrocentesca veneziana, costruita sulla riva destra dell’Isonzo. Continua a leggere
Uno dei più rinomati ristoranti del Friuli, sinonimo da sempre di eccellenza, gusto ed eleganza è il Ristorante Agli Amici. Continua a leggere
Nel 2013, le ricerche legate ai prodotti del Made in Italy avevano fatto registrare un aumento del 12%, portando i settori della moda, del turismo e dell’agroalimentare a segnare la crescita più significativa.
Il Made in Italy potrebbe essere considerato un vero e proprio brand – se solo il sistema paese avesse in questi anni elaborato una strategia coordinata e condivisa, specificando marchio, vision e valori distintivi – perché è costituito da prodotti e luoghi unici e racchiude in sé una precisa idea di cultura e uno stile di vita irripetibile, riconosciuto, amato e ricercato in tutto il mondo.
Questo modello produttivo è in grado di rispondere ad esigenze di grande qualità e forte personalizzazione, è capace di sostenere produzioni limitate, ma il dibattito sulla competitività del sistema Italia pone periodicamente in discussione la necessità di investire più risorse nella ricerca e sviluppo, l’opportunità di agevolare la delocalizzazione della produzione e l’esigenza di presidiare con maggiore efficacia la distribuzione e il mercato finale.
Un aiuto fattuale e concreto era stato lanciato nel 2013 da Google, assieme al Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali (MiPAAF), Unioncamere, Università Ca’ Foscari, Fondazione Symbola e Il Gruppo Espresso con Repubblica.it, per proporsi di avvicinare le imprese del Made in Italy alla rete e al suo grande potenziale economico e di export.
Attraverso una piattaforma digitale realizzata dal Google Cultural Institute, puntavano a far conoscere le eccellenze non ancora valorizzate con il sostegno e la professionalità dei giovani come consulenti della transizione al digitale dell’economia italiana.

In quegli anni – anche se, per alcuni settori la situazione è rimasta pressoché la stessa – il Made in Italy era ancora poco presente sul web e non molte erano le realtà conosciute all’estero: solo il 34% delle PMI possedeva un proprio sito e solo il 13% lo utilizzava per fare e-commerce (dati Eurisko ICT 2013). Il progetto Eccellenze in digitale nasceva con lo scopo di supportare le piccole e medie imprese affinché fossero in grado di cogliere i benefici economici derivanti da Internet.
Tra gli obiettivi dei “digitalizzatori” vi erano infatti la diffusione della cultura dell’innovazione digitale e l’aumento della consapevolezza dei vantaggi derivanti da un utilizzo più avanzato del web.
Un’iniziativa pensata e realizzata appositamente per l’Italia, che ha contribuito ad aumentare la capacità delle imprese italiane di fare export e a promuovere ulteriormente la cultura del know-how italiano nel mondo, sviluppando, per le specifiche province italiane, i settori economicamente più interessanti.
Prima classificata per la città di Gorizia, vincitrice della borsa di studio per il progetto nazionale Made in Italy: Eccellenze in digitale, assieme a Denis Ferrara, abbiamo cercato di migliorare la visibilità, l’immagine e la competitività delle aziende appartenenti ai settori vitivinicolo e nautico. Coloro che erano registrati ufficialmente alla Camera di Commercio hanno avuto l’opportunità di usufruire di una consulenza gratuita e personalizzata, di essere seguiti passo passo durante l’intero percorso e di ricevere suggerimenti e informazioni utili a sfruttare gli strumenti digitali e il social media marketing nella maniera corretta.
Intervista per Il Friuli, “I nativi digitali entrano in fabbrica”, 5 gennaio 2015
In questo modo, non solo si è favorito e diffuso il processo di digitalizzazione nelle piccole realtà regionali, ma sono state raccolte moltissime storie di imprenditori italiani che hanno adottato con successo nuove prospettive e allacciato nuovi rapporti proprio grazie ad un utilizzo consapevole di internet, diventando fonte di ispirazione per tutto il Made in Italy.
Un sito nuovo – GuerraAlbano.it, una veste completamente rinnovata per comunicare i valori di una famiglia da sempre legata alla propria terra e alle proprie origini. Continua a leggere
Destino: è solo opera di questo o di una strana ed incredibile coincidenza se le vite di Miklòs Hubay, Danilo De Marco, Federico Rossi, Carlo Tolazzi e Massimo Somaglino si sono incontrate.
Negli anni Novanta, il fotografo friulano Danilo De Marco conobbe il drammaturgo ungherese Miklòs Hubay e, dopo essersi per caso ritrovati qualche anno dopo nella capitale francese, venne a conoscenza di una storia particolare. Un professore della Sorbonne aveva confidato ad Hubay di un incontro avvenuto negli anni della guerra in Siberia, dove si era recato 25 anni prima per studiare una lingua speciale e di aver avuto la fortuna di parlare con una donna anziana, l’ultima testimone di quella cultura. Il drammaturgo, affascinato da quel prezioso racconto, ne scrisse alcuni appunti, ma dimenticò il taccuino in un albergo a Rio de Janeiro.
“E’ destino”
E si concentrò su altri lavori.
Ma fu proprio il destino, anche quella volta, a rimescolare le sue carte: l’informazione dell’episodio arrivò a Federico Rossi, giornalista friulano, che decise insieme al fotografo di raggiungere Hubay a Budapest per fare in modo che il testo prendesse vita.
L’autore magiaro, innamorato da sempre dei classici greci e in particolar modo di Sofocle, venendo a conoscenza del fatto che Federico Rossi era il direttore de “I Colonos”, un’Associazione culturale nata in difesa della lingua e della cultura friulana, vide ancora una volta il segno del destino e decise di accettare l’invito degli amici.
La stesura del testo, avvenuta nelle estati del 1999 e del 2000, fu un lavoro complesso e articolato, poiché prevedeva una prima traduzione dall’ungherese all’italiano e una seconda dall’italiano al friulano.
Il tema della minoranza linguistica infatti, ben si prestava al caso del friulano, riconosciuto giuridicamente come lingua dalla legge 482/1999, ma costituita al suo interno da moltissime varianti.
Lo spettacolo venne proposto la prima volta proprio a “I Colonos” di Villaccia di Lestizza nel 2000, durante la rassegna “Avostanis”, per la regia di Massimo Somaglino, con Maria Grazia Plos, Giuliano Bonanni e lo stesso Somaglino.
Nel 2013, a distanza di 13 anni, è lo stesso regista a dirigere l’opera del drammaturgo ungherese, che narra la tragedia di una lingua destinata a scomparire con l’ultima donna testimone della cultura e delle tradizioni di un popolo. A mutare sono la lingua e i personaggi di questo nuovo allestimento: Carlo Tolazzi, drammaturgo friulano, traducendo e rivisitando il testo, ha scelto la variante friulana della Val Pesarina per gli attori Aida Talliente, Fabiano Fantini e Marco Rogante, che si sono così misurati con una vera e propria “lingua straniera”.
Questa variante, infatti, si allontana decisamente dal friulano che le persone utilizzano quotidianamente, nonostante rimanga comprensibile.

Lo sforzo che tutti gli autori hanno compiuto è stato quello di sottolineare il valore delle lingue, da sempre un’infinita ricchezza, perché espressione emblematica della cultura e dell’identità dei popoli.
Il teatro di Somaglino non si sofferma sulla glottologia o sullo studio sistematico della variante, ma sposta l’attenzione sui personaggi e sugli attori, che con la loro espressività riescono a trasferire il principio della morte della lingua sulla sofferenza dei loro corpi.
L’ùali di Diu, considerato un unicum nel panorama del teatro friulano per la tipologia tragica, affronta il tema della scomparsa linguistica intrecciandolo con quelli della guerra e della violenza e conducendo gli spettatori ad una profonda riflessione sul senso della perdita.
“I sin rivâts cussì al ultum moment di vita di una lenga ch’a esisteva da nassinquancj agn.”
Assistenza alla regia, creazione del sito https://lualididiu.wordpress.com/















