L’ùali di Diu, il valore delle lingue

Destino: è solo opera di questo o di una strana ed incredibile coincidenza se le vite di Miklòs Hubay, Danilo De Marco, Federico Rossi, Carlo Tolazzi e Massimo Somaglino si sono incontrate.

Negli anni Novanta, il fotografo friulano Danilo De Marco conobbe il drammaturgo ungherese Miklòs Hubay e, dopo essersi per caso ritrovati qualche anno dopo nella capitale francese, venne a conoscenza di una storia particolare. Un professore della Sorbonne aveva confidato ad Hubay di un incontro avvenuto negli anni della guerra in Siberia, dove si era recato 25 anni prima per studiare una lingua speciale e di aver avuto la fortuna di parlare con una donna anziana, l’ultima testimone di quella cultura. Il drammaturgo, affascinato da quel prezioso racconto, ne scrisse alcuni appunti, ma dimenticò il taccuino in un albergo a Rio de Janeiro.

“E’ destino”

E si concentrò su altri lavori.
Ma fu proprio il destino, anche quella volta, a rimescolare le sue carte: l’informazione dell’episodio arrivò a Federico Rossi, giornalista friulano, che decise insieme al fotografo di raggiungere Hubay a Budapest per fare in modo che il testo prendesse vita.

L’autore magiaro, innamorato da sempre dei classici greci e in particolar modo di Sofocle, venendo a conoscenza del fatto che Federico Rossi era il direttore de “I Colonos”, un’Associazione culturale nata in difesa della lingua e della cultura friulana, vide ancora una volta il segno del destino e decise di accettare l’invito degli amici.


La stesura del testo, avvenuta nelle estati del 1999 e del 2000, fu un lavoro complesso e articolato, poiché prevedeva una prima traduzione dall’ungherese all’italiano e una seconda dall’italiano al friulano.
Il tema della minoranza linguistica infatti, ben si prestava al caso del friulano, riconosciuto giuridicamente come lingua dalla legge 482/1999, ma costituita al suo interno da moltissime varianti.

Lo spettacolo venne proposto la prima volta proprio a “I Colonos” di Villaccia di Lestizza nel 2000, durante la rassegna “Avostanis”, per la regia di Massimo Somaglino, con Maria Grazia Plos, Giuliano Bonanni e lo stesso Somaglino.


Nel 2013, a distanza di 13 anni, è lo stesso regista a dirigere l’opera del drammaturgo ungherese, che narra la tragedia di una lingua destinata a scomparire con l’ultima donna testimone della cultura e delle tradizioni di un popolo. A mutare sono la lingua e i personaggi di questo nuovo allestimento: Carlo Tolazzi, drammaturgo friulano, traducendo e rivisitando il testo, ha scelto la variante friulana della Val Pesarina per gli attori Aida Talliente, Fabiano Fantini e Marco Rogante, che si sono così misurati con una vera e propria “lingua straniera”.
Questa variante, infatti, si allontana decisamente dal friulano che le persone utilizzano quotidianamente, nonostante rimanga comprensibile.

Lo sforzo che tutti gli autori hanno compiuto è stato quello di sottolineare il valore delle lingue, da sempre un’infinita ricchezza, perché espressione emblematica della cultura e dell’identità dei popoli.

Il teatro di Somaglino non si sofferma sulla glottologia o sullo studio sistematico della variante, ma sposta l’attenzione sui personaggi e sugli attori, che con la loro espressività riescono a trasferire il principio della morte della lingua sulla sofferenza dei loro corpi.


L’ùali di Diu, considerato un unicum nel panorama del teatro friulano per la tipologia tragica, affronta il tema della scomparsa linguistica intrecciandolo con quelli della guerra e della violenza e conducendo gli spettatori ad una profonda riflessione sul senso della perdita.

“I sin rivâts cussì al ultum moment di vita di una lenga ch’a esisteva da nassinquancj agn.”


Assistenza alla regia, creazione del sito https://lualididiu.wordpress.com/