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Vista dal Castello, Udine | Giugno 2016

“Sconfini”, la mostra organizzata a Villa Manin e aperta da ottobre 2016 a marzo 2017, permette di sfogliare i diversi capitoli che narrano di un grande viaggio introspettivo composto da circa 400 opere e segnato dall’intensità dell’immaginario, dall’arte della composizione e dal potere espressivo del colore che Lorenzo Mattotti compie per descrivere ciò che prova.

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Pittore, illustratore, autore, viaggiatore, Lorenzo Mattotti è un artista eclettico, difficile da classificare. Curioso esploratore e sperimentatore di tecniche differenti, fin dagli anni Settanta passa con agilità dagli albi a fumetti alle illustrazioni per i classici della letteratura; dalla creazione di manifesti per importanti festival come Cannes, agli interventi per quotidiani e riviste internazionali – tra cui Le Monde, The New Yorker, Süddeutsche Zeitung, La Repubblica – oltre alle collaborazioni con numerosi artisti quali Lou Reed, Wong Kar-wai, Steven Soderbergh e Michelangelo Antonioni.

Nell’opera di Mattotti individui, idee e cose sono in preda a una continua trasformazione, che segue il ritmo di circostanze aleatorie o di strani fenomeni. Perché, non appena ne hanno l’occasione, realtà e immaginazione divagano di comune accordo. Chimera esplora proprio questo processo e il confine mutevole in cui si incontrano; lo spirito di un vecchio saggio e la natura da lui contemplata.

Qui l’autore crea un universo visivo che mescola deliberatamente stili e codici grafici diversi. Ogni volta improvvisa con la sua massima libertà; di costruire, di distruggere e infine di ricreare un mondo in piena metamorfosi.

“Scrivo per percorrermi. Dipingere, comporre, scrivere: percorrermi. E’ lì l’avventura d’essere in vita”.

Così scrive Henri Michaux nel suo libro Passages, pubblicato nel 1950. Sono frasi che Mattotti – che si sente molto vicino al poeta belga – potrebbe fare sue. Nella serie “Nel paese della magia” ci sono gabbie vuote in cui si sentono uccelli cinguettare, ci sono fuochi senza calore, un pennello per pavimentare le strade. L’esistenza di qualcosa è innanzitutto una questione di decisione. In ogni caso “ciò che il paese offre di più interessante non lo si vede”, ci dice Micheaux. Da qui l’importanza di disegnarlo, sembra rispondere Mattotti.

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Per Mattotti l’angelo incarna la compassione. Simbolo di umanità, la sua immagine è scevra da qualsiasi connotazione religiosa. E, che siano tenebrosi o luminosi, monocromi o variopinti, sono tutti dotati dello stesso potere: cancellare il mondo che li circonda, come se nulla importasse all’infuori dell’essere che sono venuti ad abbracciare, a condurre, a pacificare. Come se l’angelo prestasse le sue ali a un uomo o a una donna perché questi diventi finalmente in grado di lasciarsi alle spalle ciò che lo opprime, per evolvere in un mondo senza gravità.

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“Una visione panteistica, un istante di estasi e di fusione con la natura”. Con queste parole Mattotti descrive la serie “Nell’acqua“. A dominare è il blu, un blu luminoso, senza limiti, in cui i corpi abbracciati si lasciano cullare, quasi in assenza di gravità. E’ un dialogo armonioso, un’effusione silenziosa in cui tutto passa attraverso lo stringersi, lo sfiorarsi. Come spesso accade con Mattotti, è necessario tornare indietro di alcuni anni per scoprire in che modo la coppia si manifesti prima sporadicamente, poi sempre più di frequente nella sua opera.

I primi schizzi compaiono su una serie di quaderni di carta nepalese di un piccolo formato in cui l’autore si esercita con grande libertà nell’uso di inchiostri colorati. Spontanee ed evanescenti, queste prime visioni si trasformano a poco a poco in una serie di composizioni elaborate e con finezza di dettaglio.

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