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“Sconfini”, la mostra organizzata a Villa Manin e aperta da ottobre 2016 a marzo 2017, permette di sfogliare i diversi capitoli che narrano di un grande viaggio introspettivo composto da circa 400 opere e segnato dall’intensità dell’immaginario, dall’arte della composizione e dal potere espressivo del colore che Lorenzo Mattotti compie per descrivere ciò che prova.

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Pittore, illustratore, autore, viaggiatore, Lorenzo Mattotti è un artista eclettico, difficile da classificare. Curioso esploratore e sperimentatore di tecniche differenti, fin dagli anni Settanta passa con agilità dagli albi a fumetti alle illustrazioni per i classici della letteratura; dalla creazione di manifesti per importanti festival come Cannes, agli interventi per quotidiani e riviste internazionali – tra cui Le Monde, The New Yorker, Süddeutsche Zeitung, La Repubblica – oltre alle collaborazioni con numerosi artisti quali Lou Reed, Wong Kar-wai, Steven Soderbergh e Michelangelo Antonioni.

Nell’opera di Mattotti individui, idee e cose sono in preda a una continua trasformazione, che segue il ritmo di circostanze aleatorie o di strani fenomeni. Perché, non appena ne hanno l’occasione, realtà e immaginazione divagano di comune accordo. Chimera esplora proprio questo processo e il confine mutevole in cui si incontrano; lo spirito di un vecchio saggio e la natura da lui contemplata.

Qui l’autore crea un universo visivo che mescola deliberatamente stili e codici grafici diversi. Ogni volta improvvisa con la sua massima libertà; di costruire, di distruggere e infine di ricreare un mondo in piena metamorfosi.

“Scrivo per percorrermi. Dipingere, comporre, scrivere: percorrermi. E’ lì l’avventura d’essere in vita”.

Così scrive Henri Michaux nel suo libro Passages, pubblicato nel 1950. Sono frasi che Mattotti – che si sente molto vicino al poeta belga – potrebbe fare sue. Nella serie “Nel paese della magia” ci sono gabbie vuote in cui si sentono uccelli cinguettare, ci sono fuochi senza calore, un pennello per pavimentare le strade. L’esistenza di qualcosa è innanzitutto una questione di decisione. In ogni caso “ciò che il paese offre di più interessante non lo si vede”, ci dice Micheaux. Da qui l’importanza di disegnarlo, sembra rispondere Mattotti.

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Per Mattotti l’angelo incarna la compassione. Simbolo di umanità, la sua immagine è scevra da qualsiasi connotazione religiosa. E, che siano tenebrosi o luminosi, monocromi o variopinti, sono tutti dotati dello stesso potere: cancellare il mondo che li circonda, come se nulla importasse all’infuori dell’essere che sono venuti ad abbracciare, a condurre, a pacificare. Come se l’angelo prestasse le sue ali a un uomo o a una donna perché questi diventi finalmente in grado di lasciarsi alle spalle ciò che lo opprime, per evolvere in un mondo senza gravità.

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“Una visione panteistica, un istante di estasi e di fusione con la natura”. Con queste parole Mattotti descrive la serie “Nell’acqua“. A dominare è il blu, un blu luminoso, senza limiti, in cui i corpi abbracciati si lasciano cullare, quasi in assenza di gravità. E’ un dialogo armonioso, un’effusione silenziosa in cui tutto passa attraverso lo stringersi, lo sfiorarsi. Come spesso accade con Mattotti, è necessario tornare indietro di alcuni anni per scoprire in che modo la coppia si manifesti prima sporadicamente, poi sempre più di frequente nella sua opera.

I primi schizzi compaiono su una serie di quaderni di carta nepalese di un piccolo formato in cui l’autore si esercita con grande libertà nell’uso di inchiostri colorati. Spontanee ed evanescenti, queste prime visioni si trasformano a poco a poco in una serie di composizioni elaborate e con finezza di dettaglio.

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Antonio Canova, Artemisia Gentileschi, Caravaggio, Filippino Lippi, Leandro Bassano, Luca Giordano, Simon Vouet, Ernst Klimt e molti altri: l’amore di coppia nella Bibbia, nella mitologia, nella letteratura e nella mistica, in sette secoli d’arte.

Amore e Psiche stanti | Antonio Canova | 1796 – 1800

Cos’è l’amore?

In quell’intreccio benedetto e accidentato, pieno di sospiri incantati e di malinconie struggenti che è la nostra vita, ci domandiamo da sempre cosa sia davvero l’amore, e se ne saremo raggiunti e se ne saremo degni. E’ la domanda che infiamma i poeti, intriga i filosofi, avvince gli artisti e riassume la divina Rivelazione.

I bambini l’hanno conficcata nell’anima prima di saperle dare parole e forma. I vecchi la stringono segretamente in pugno nelle ultime loro ore, sperando che il nome che gli rimase in gola nel pianto quando tentarono di salutare qualcuno possano di nuovo sussurrarglielo all’orecchio ritrovandosi per sempre.

Mentre accumuliamo lungo la via abbracci e preghiere ed errori, sperimentiamo che saper amare e saper vivere sono la stessa cosa. La mostra “Amanti. Passioni umane e divine” risveglia in noi questa domanda e la sua urgenza, mentre porge gradualmente una risposta, con il tocco delicato delle tavole dorate del Medioevo, o dei profili divini del Neoclassico, o con i brividi impetuosi dei chiaroscuri del Barocco e del Rinascimento.

E’ una mostra per mettersi in ascolto della mente e del cuore di grandi artisti che hanno imparato l’essenza dell’amore nella carne viva delle loro storie personali piene di estasi e di ferite, storie che ispirano le più belle pagine dei cinque cicli narrativi su cui è fondata la nostra civiltà: la mitologia classica, la Sacra Scrittura, la letteratura cavalleresca e romantica, il teatro, le vite dei santi.

E anche il diario della nostra vita, fosse pur scritto solamente su fogli immateriali e interiori, conserva pagine simili, scritte con caratteri d’oro e miniati di lacrime.

dall’apertura di don Alessio Geretti, curatore della mostra “Amanti. Passioni umane e divine”
Illegio (Comitato di San Floriano)
21 maggio – 8 ottobre 2017